galleria gentili

LUCIANO BARTOLINI
S O F F I


25 Marzo - 7 Maggio 2017
Inaugurazione: 25 Marzo, 18:30

Luciano Bartolini
Fiesole 1948 – Milano 1994

“Mantenere l’anima aperta all’influsso dell’infinito”
L.B.

La città di Firenze, intesa come Kunstbegriff, era il suo punto di riferimento; il mondo era la sua casa. A partire dai primi anni settanta, frequenti sono i suoi viaggi in Estremo Oriente, in particolare in Nepal e nell’India del nord. Ed è proprio in quegli anni che Luciano Bartolini realizza le sue prime opere: incolla kleenex su carta da pacchi, unisce tra loro carte paglia di diverse trame, stende pennellate di vinavil su superfici di carta ruvida. Nei Kleenex, realizzati a partire dal 1973, i pezzi di carta morbida, bianca e mai perfettamente liscia, vengono per lo più disposti secondo un ordine ortogonale realizzando così una superficie su cui la luce crea sottili rilievi d’ombra. Nelle Carte Paglia, realizzate tre anni più tardi, le immagini scaturiscono dal modo in cui la carta viene trattata, dalle torsioni a cui viene sottoposta, dalle composizioni a scacchiera dei pezzi che, grazie alle diverse trame, presentano una singolare varietà di tonalità cromatiche. Per certi aspetti, Bartolini riprende qui l’idea figurativa di Piero Manzoni e dei suoi Achromes, ma la conoscenza e la comprensione dell’opera dei minimalisti americani, che proprio in quel periodo cominciava a fare la sua comparsa, lo portano a nuovi e originali risultati.
Alla fine degli anni settanta Bartolini approda a Delos, Santorini, Creta, ed è lì che, sedotto dal mito d’Arianna, inizia una serie di lavori che avranno il labirinto come tema centrale delle sue opere. Nel 1981 è la volta del Monte Athos. Ispirato dal simandron, strumento di richiamo alla preghiera utilizzato nei monasteri, realizza la serie dei Klang. Dal confronto con i miti greci i suoi quadri assorbono un ridotto simbolismo. Da ombre e frammenti di sogno, le sue opere traggono ora i simboli di un linguaggio di forme: una danzatrice, il simandron, frammenti di lettere dell’alfabeto, etc. Il colore, fatto da smalti brillanti e foglia d’oro, cerca di imporsi sul tono di fondo. Nel 1983, un lungo soggiorno a Berlino e una mostra monografica alla Nationalgalerie, lo avvicinano al romanticismo tedesco, la cui influenza si manifesta, non da ultimo, nei titoli delle opere Bäume und Bäumchen del 1988 e Emblematische Blumen del1990.
Nelle sue ultime opere, Bartolini ha lasciato una summa del suo immaginario, un testamento personale e artistico in forma di piccoli dittici. I simboli appaiono ora come dilavati o sbiaditi dall’azione del vento e degli agenti atmosferici. Il fondo pittorico è di solida materialità, ma al contempo appare estremamente fragile. La metodica chiarezza dei primi lavori fa posto a opere che sembrano penetrare la potenza del sentimento, le improvvise emozioni del racconto.
Anche in considerazione del destino personale di Luciano Bartolini, è lecito qui pensare alle parole di T.S.Eliot tratte da The Waste Land: “All these fragments I have shored against my ruins”.

.Testo di Helmut Friedel

LUCIANO BARTOLINI
S O F F I


March 25 - May 7, 2017
Opening: March 25, 18:30

Luciano Bartolini
Fiesole 1948 – Milan 1994

“Mantenere l’anima aperta all’influsso dell’infinito.” L.B.
[Leave your spirit open to the influence of infinity.]

The city of Florence was his Kunstbegriff, or paradigm of art, and the world was his home. From the start of the 1970s, he made frequent trips to the Far East, especially to Nepal and northern India. Those were the years when Luciano Bartolini made his first works of art: he glued Kleenex to brown paper, joined different types of parchment paper together, laid brushstrokes of Vinavil glue on coarse paper. In the Kleenex series, begun in 1973, the pieces of soft white paper were never really smoothed out. They were most often positioned orthogonally, creating a surface where light created subtle shadows in relief. In the Parchment paper series, the images depend on how the paper was treated: twisted, or checkerboard compositions of squares of different textures that presented a singular variety of chromatic tones. In a certain sense, Bartolini was exploring the figurative idea of Piero Manzoni and his Achromes, but his acquaintance with and comprehension of the work of American minimalists, just emerging at that time, led him to new and original results.
At the end of the 1970s, Bartolini landed on Delos, Santorini and Crete. It was there that, seduced by the myth of Ariadne, he began a series of works focusing on the labyrinth as the central theme. In 1981, he went to Mount Athos. Inspired by the simandron, the instrument used in the monasteries to call the monks to prayer, he produced his Klang series. His works absorbed a reduced symbolism from the confrontation with the Greek myths. From shadows and oneiric fragments, his works now depicted the symbols of a language of forms: a dancer, a simandron, fragments of the letters of the alphabet, etc. Colour, in the form of brilliant enamels and gold leaf, attempted to overcome the background tone. In 1983, a longer stay in Berlin and a monographic exhibition at the Nationalgalerie brought him closer to German Romanticism. Evidence of this influence can be seen in his work, for example Bäume und Bäumchen [Trees and little trees], 1988, and Emblematische Blumen [Emblematic flowers], 1990.
In his last works, Bartolini left the summa of his visual concepts, a personal and artistic testament in the form of small diptychs. The symbols now appear eroded and faded by the wind and the weather. The painted base is materially sound, but appears to be very fragile. The methodical clarity of his first works has been replaced by works that delve into the power of sentiment, the unexpected emotions of a story.
Considering the personal destiny Luciano Bartolini, it is appropriate to reflect on the words of T.S. Eliot in The Waste Land: “All these fragments I have shored against my ruins.”

.Text Helmut Friedel