galleria gentili

A cura di Filipa Ramos

Incidental Arrangements si sviluppa intorno al paradosso di un ossimoro, esplorando il modo in cui un elemento ‘accidentale’, qualcosa di casuale e fortuito che accade per caso (per mezzo del combinarsi di elementi sconnessi tra loro) può essere ‘‘disposto’ in maniera ordinata e specifica, generando così un’articolazione fra i vari elementi. Una disposizione casuale può essere anche una composizione formata da pezzi minori o inessenziali che proprio per questo divengono importanti e privilegiati.

Incidental Arrangements è anche il titolo di due libri realizzati da Wolfgang Berkowski per la Onestar Press nel marzo del 2001, ed è da qui che la mostra in oggetto prende il titolo1.

Questo processo che mette insieme elementi apparentemente diversi e sconnessi è il punto di partenza per una mostra che genera un dialogo fra due artisti, Wolfgang Berkowski e Ignacio Uriarte, che nella propria pratica artistica realizzano una metodologia di serialità e ripetizione esplorando la possibilità di sviluppare articolazioni, traduzioni e dialoghi fra forme e oggetti.

Berkowsky e Uriarte usano un approccio diverso nel combinare e stabilire queste connessioni. Se infatti da una parte entrambi gli artisti mescolano ricordi ed esperienze personali con un risultato apparentemente freddo e minimalistico, la pratica artistica dell’uno è l’opposto di quella dell’altro: Uriarte con le proprie opere crea una realtà inesistente, mentre Berkowski sublima il reale nelle proprie composizioni diagrammatiche.

I lavori di Wolfgang Berkowski potrebbero trovare origine sia nell’approccio minimale che in quello concettuale, sebbene l’artista sviluppi tali influenze attraverso la creazione di una grammatica segreta che serve a comprendere e archiviare il reale, trasponendolo in schemi e abbozzi.

La serie di diagrammi esposta in Construction (Costruzione, 1993) compone una sintesi del rapporto dell’artista con determinate evocazioni architettoniche. Berkowski trasforma tali architetture in disegni schematici che gli consentono di distaccarsi da ciò che egli stesso pensa della materia originaria preservando così ciò che ritiene essenziale. Dal punto di vista formale, questi disegni sono disposti in una specie di mini-architettura passibile di sgretolarsi da un momento all’altro, come un domino e un castello di carte che cade.

Dall’altro lato, i quattro Labyrinths (Labirinti, 2008) di Ignacio Uriarte non potrebbero mai sciogliere la loro struttura densa e ordinata poiché sono una costruzione totalmente aritificiale formata da un elemento inesistente, dal momento che sono realizzati con un programma informatico. Essi creano un disegno marezzato opposto alla sua struttura a diagramma, generando un conflitto tra razionalità e decorazione in queste quattro variazioni sul tema.

La pratica artistica di Uriarte è profondamente connessa con il suo background di impiegato amministrativo: egli prende spesso a prestito le metodologie burocratiche per le proprie creazioni, attraverso la ripetizione seriale e quasi ossessiva di atti e procedure. L’artista, lavorando principalmente col disegno (sia a mano che generato da programmi informatici come word di Excel) e con oggetti di risulta (anche questi relativi soprattutto all’universo aziendale: orologi, faldoni, graffette, quaderni…), mette in luce i processi creativi nascosti dietro le procedure meccaniche che plasmano la routine lavorativa.

La sua slide projection 80 blots (80 macchie, 2008) usa il metodo opposto rispetto a Labyrinths, dal momento che sviluppa l’interazione fra controllo e imprevedibilità. Per mezzo dell’azione metodica di far cadere una goccia di inchiostro blu su un foglio di carta, l’artista crea una serie di 80 macchie variabili e incontrollate trasformando così nell’elemento formale principale dell’opera quello che è di solito considerato un incidente, cioè la macchia di inchiostro su un documento.

I modelli di Berkowski per Inflatable Cages’ (Gabbie gonfiabili, 2005) sono, come dice il titolo, prototipi di strutture vuote che definiscono lo spazio in un rapporto fra il dentro e il fuori. Essi propongono determiati comportamenti e posizioni nello spazio (fra cui alcune relazioni spaziali/psicologiche fra oggetti specifiche della messa in scena). Però noi non vediamo mai concretizzarsi questi suggerimenti, che rimangono ciò che sono: un’allusione a interazioni invisibili.

Anche i Drawings without Ink (Disegni senza inchiostro, 2008) di Uriarte mettono in scena la promessa di un atto invisibile: sono tracciati con una penna senza più inchiostro e noi vediamo solo il segno lasciato dall’artista nel gesto di scrivere sulla pagina. È il contrario dell’Erased de Kooning di Rauschenberg (1953): invece di cancellare, l’artista ha dipinto senza colore.

L’opera di Berkowski Merry Christmas / War is Over (2008), che prende il titolo dall’omonima canzone di John Lennon, genera anch’essa questa sensazione di cancellamento o rinuncia: questa installazione ha solo la durata della sera della prima e nel resto del tempo si trasforma nell’evocazione di una mostra smantellata. Vengono mostrate opere (o rappresentazioni di opere) di Robert Barry, Keith Edmier, Iain Forsyth/Jane Pollard, Hans Peter Feldmann, Victoria Fu, John Lennon/Yoko Ono, Ken Lum, Federico Pietrella e Pietro Sanguineti. Di nuovo Berkowski si richiama a una memoria sintetica per mezzo della disposizione casuale di forme e oggetti, creando un’opera fantasma destinata a scomparire subito dopo essere comparsa.

1 In questi libri Berkowski sviluppa combinazioni seriali di immagini, diagrammi e parole che generano una mappa di alcuni dei punti più importanti del suo lavoro, facendo nascere una ‘Gestalt’ da entità apparentemente diverse. Il primo libro è diviso in tre sezioni, «Connectors», «Milieu» e «Cover», nelle quali l’artista cattura l’essenza di dterminati elementi connessi in grado diverso a manifestazioni visive: la riduzione di certi elementi architettonici alle loro linee di compoisizione minime («Connectors»); l’evocazione del corpus di opere prodotte dall’artista attraverso i titoli privati di qualsiasi riferimento visivo («Milieu») e la ripetizione seriale di una composizione con sottili variazioni («Cover»). Nel secondo libro, l’artista collega i titoli di riproduzioni delle opere in se sessi

Curated by Filipa Ramos

Incidental Arrangements is developed around the paradox of an oxymoron. It questions how an ‘incidental’ element, something random and fortuitous that happens by chance (through the combination of unpaired elements) can be ‘arranged’ in a specific and ordered way, and therefore generating an articulation between the different elements. An Incidental Arrangement can also be a composition made out minor or inessential pieces that therefore become important and privileged.

Incidental Arrangements is also the title of two books made by Wolfgang Berkowski for Onestar Press in March, 2001, and it is from here that the present exhibition took its title.

This process of putting together apparently different and unrelated elements is the starting point for an exhibition that generates a dialogue between two artists, Wolfgang Berkowski and Ignacio Uriarte, that articulate a methodology of seriality and repetition in their practice, exploring the possibilities of developing articulations, translations and dialogues between forms and objects.

Berkowsky and Uriarte use a different approach in combining and establishing these links. If both artists combine personal experiences and memories with an apparently cold and minimalistic result, their practice is quite opposite: Uriarte creates a non existent reality out of his creations while Berkowski sublimates the real into his diagrammatic compositions. Wolfgang Berkowski’s work could be rooted on both minimalistic and conceptual approaches, even though the artist develops these influences through the creation of a cryptic grammar that serves to understand and archive the real, translating it into schemes and sketches.

The series of diagrams displayed in Construction (1993) compose a synthesis of the artist’s relation to certain architectonic evocations. Berkowski turns these architectures into schematic drawings that allow him to detach from his own feelings towards this original matter and therefore preserving what he retains essential. Formally, they are displayed in a sort of mini architecture that could suddenly crumble apart like when a domino labyrinth falls down or when a castle of cards comes down.

On the other hand, Ignacio Uriarte’s four 4x4 Labyrinths (2008) could never loose their ordered and dense appearance, as they are a totally artificial construction, made out of an inexistent element, as they are created out of a computer program. They create a moire pattern that goes against its diagrammed structure, generating a conflict between rationality and decoration in these four variations on a theme.

Uriarte’s practice is in deep relation with his background as an administrative employee: he often borrows the methodologies of bureaucracy into his creations, through the serial and almost obsessive repetition of actions and procedures. Mainly working with drawing (either hand made or generated by computer programs, such as word of excel) and with found objects (also mainly related to the corporate universe: watches, archive files, paper clips, notebooks…), the artist enhances the creative processes that hide behind the mechanical procedures that give shape to the working routine.

His slide projection 80 blots (2008) use the opposite methodology of the Labyrinths, since it develops the interplay between control and unpredictability. Through the methodical act of dropping a blot of blue ink into a sheet of paper, the artist creates a series of 80 variable and uncontrolled stains. He turns what is generally seen as an accident (the drop of ink into a document) into the main formal element of the work.

Berkowski’s Models for ‘Inflatable Cages’ (2005) are, as their title indicates, prototypes of empty structures that define space in a relation between out and inside. They propose certain behaviours and positionings in the space (some of them even stage specific spatial/psychological relations between subjects). However, we never see the concretization of these suggestions and they remain what they are: an allusion to invisible interactions.

Uriarte’s Drawings without Ink (2008) also display a promise of an unseen act: they are made with a pen that has run out of ink and what we see is the gestural mark left by the artist in the whole page. It is the opposite of Rauschenberg’s Erased De Kooning (1953): instead of erasing, the artist drew with no pigment.

Berkowski’s work Merry Christmas / War is Over (2008), that took its title from John Lennon’s homonymous song, will also generate this feeling of erasure or withdrawal: this installation piece will only last during the opening night and will turn itself into an evocation of a dismantled exhibition during the rest of the show. It displays works (or representations of works) by Robert Barry, Keith Edmier, Iain Forsyth/Jane Pollard, Hans Peter Feldmann, Victoria Fu, John Lennon/Yoko Ono, Ken Lum, Federico Pietrella and Pietro Sanguineti. Once again, Berkowski is summoning a synthetic memory through the incidental arrangement of forms and objects, creating a ghost piece that will disappear shortly after its appearance.

In the books Berkowski developed serial combinations of images, diagrams and words that generated a map of some of the key issues of his work, creating a ‘gestalt’ out of seemingly discreet entities. The first book is divided in three sections, «Connectors», «Milieu» and «Cover» in which the artist captures the essence of certain elements that are related in different degrees to visual manifestations: the reduction of certain architectonic elements to its minimal composition lines («Connectors»); the evocation of the corpus of works produced by the artist through its titles and without any visual reference («Milieu») and the serial repetition of a composition with subtle variations («Cover»). On the second book, the artist articulated the work titles of reproductions of the works in itself.